I
SANTINI DEL PRETE E L’ARTE DEI TAROCCHI
Per inquadrare
criticamente I Santini Del Prete bisogna partire dall’inizio:
in treno. La frase non è scelta accidentalmente perché,
guarda caso, i Santini Del Prete con i treni hanno un legame stretto,
oltre che tra di loro… ma andiamo per ordine.
Il
livornese Franco Santini e il napoletano Raimondo Del Prete lavorano
nelle italiche Ferrovie. Tutti e due in Toscana per scelta o necessità
professionale, si sono incontrati molti anni fa a Rosignano Marittimo,
divenuto comune di residenza di entrambi, scoprendo di fare più
o meno lo stesso lavoro e, soprattutto, di interessarsi di arte contemporanea.
Le vie misteriose del fato sono infinite, a quanto pare…
I due ferrovieri iniziano a sperimentare creativamente insieme e la
cosa funziona tanto da farli decidere di accostare i loro singoli cognomi
in un binomio artistico strepitosamente surreale: I Santini Del Prete,
appunto. Per la nuova entità creativa arrivano gli inviti alle
mostre, alle fiere e via di questo passo, come da prassi, sino a una
partecipazione errante durante l’edizione della Biennale di Venezia
del 1999.
Quello che in questa storia incuriosisce e interessa più di tutto,
dal punto di vista critico, è la dichiarazione da parte dei due
artisti, opera dopo opera, performance dopo performance, esposizione
o evento, di non essere artisti ma… ferrovieri. Non è,
questa loro, una negazione del loro valore o di quello dell’arte
ma una presa di posizione che si può tranquillamente collocare
tra Duchamp e… Totò. La vita entra prepotentemente nell’arte
viceversa, scompagina i luoghi comuni e le verità assodate con
una fragorosa rivoluzionaria “risata” che non “seppellisce”
ma fa pensare e permette una crescita intellettuale ed esistenziale.
Il motto da loro adottato –appunto: non siamo artisti siamo ferrovieri–
e la particolare concretizzazione del loro lavoro in tante forme diverse
vuole essere, prima di tutto, un’apertura del concetto stesso
di arte che diventa o può così diventare “per tutti”
e viaggiare senza mostrare la patente: iniziando da espressioni colte
ma allo stesso tempo democratiche, di bassa tecnologia e bassissimo
costo come la mail-art, fax e copy art. Da lavori che rientrano in tali
linguaggi, i due ferrovieri-artisti (o artisti-ferrovieri?) approdano
alla performance, usando il loro corpo per trasformarsi in oggetti d’arte:
in divisa –vera, ma ormai fuori ordinanza– da ferrovieri.
Indossando questi panni, praticamente quelli di tutti i giorni, agiscono
in eventi di vario ordine e grado sottolineando l’aspetto quotidiano
del loro operare e rivelando una faccia della medaglia dell’arte,
per così dire, più domestica. I due non hanno soggezione
della storia dell’arte, che conoscono tanto quanto il sistema
che attualmente lo regola e con il quale scherzano seriamente. Giocano,
infatti, con uno dei suoi ruoli-chiave, quello del Critico (e Curatore)
d’Arte Contemporanea, facendosi supportare spesso da un loro critico
personale (Patrizia Landi, ironia della sorte, figlia di ferrovieri)
trasformato in teorico prêt-à-porter, viaggiante con loro
e talvolta partecipe della performance.
La memoria dei loro eventi, com’è quasi sempre prassi nell’esperienza
performativa, resta in forma di fotografia e video: documentazione e
anche, parallelamente, palesamento delle motivazioni concettuali del
loro lavoro. E’ questo il caso, tra i tanti, dell’ultima
loro fatica che li vede creatori di una serissima versione dei Tarocchi.
Con Giovanni Pelosini (ideatore e regista del progetto), vero studioso
e competente in materia, hanno dato corpo ad una versione degli arcani
maggiori. Come artisti-ferrovieri-artisti, lo hanno fatto alla loro
maniera: ideando ventidue set che ricostruiscono una particolare rappresentazione
delle figure delle magiche carte, ovviamente indossando la mitica divisa
color carta da zucchero scuro. Inscenando una sorta di tablaux vivant
all’aria aperta –nella splendida natura toscana, al mare
o in campagna– o scegliendo altre location, hanno dato vita a
ironiche ma corrette versioni del Mago, della Sacerdotessa, del Matto
(unica in cui compare Pelosini), del Diavolo, della Temperanza o dell’Appeso…
In alcuni casi ne hanno tratto performance ma sempre ne hanno reso immagini
fotografiche che hanno poi usato per produrre quadri fotografici, fotografie
vere e proprie –sia manipolate che nette– e strepitosi mazzi
di carte ufficiali dei Tarocchi. In ogni caso, hanno lavorato sempre
con le antiche simbologie della storia del mondo, della vita, degli
uomini… I Santini Del Prete si confrontano quindi, stavolta, con
gli archetipi; lo fanno compresi nella parte ma con un’incredibile
vena ludica, ridanciana, irriverente e allo stesso tempo, paradossalmente,
con rispetto –cosa molto toscana ma anche napoletana– tanto
da sconfinare nell’apotropaico (“Non è vero ma ci
credo”, ha detto teatralmente Eduardo). Trasmigrando da un contesto
all’altro, contaminando linguaggi, scuotono il piedistallo di
ambiti comunemente ritenuti alquanto intoccabili e indiscutibili –appunto:
l’Arte, il suo Sistema, l’archetipo e l’esoterico
e via di questo passo– forse per controllare che l’intera
struttura tenga o, più probabilmente, provocandone un cedimento
dell’aurea, una crepa nel (presunto) aristocratico muro per avvicinare
ogni cosa all’uomo, alla vita reale, alla quotidianità
e viceversa. Infatti, se beuysianamente ogni uomo è un artista,
ogni artista si ricordi di essere prima di tutto uomo e come tale porti
se stesso e il suo bagaglio di normalità nell’arte anche
trattando la profondità e argomenti complessi. E’ possibile,
ci indicano I Santini Del Prete, che sono artisti e ferrovieri: ma che
nessuno osi pensarli creativi-della-domenica perché i ferrovieri,
proprio come gli stessi artisti, lavorano tutti i giorni, feste comprese.
Barbara
Martusciello
Roma, dicembre 2006