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Ammettono di essere figli di uno stipendio
fisso. Si sentono parte di un sistema sociale, di un ruolo riconoscibile
grazie all’uniforme che indossano giornalmente. Due amici nella
vita e nel lavoro hanno deciso, per un caso del destino che non sempre
si spiega, di unirsi in un gioco creativo. I Santini Del Prete (Franco
Santini e Raimondo Del Prete) da più di dieci anni compaiono magicamente
negli “stabilimenti” artistici. Proclamando, con una grottesca
ufficialità, un ruolo che gli spetta e che si vogliono conquistare:
quello di non-artisti. Loro sono ferrovieri prestati all’arte, ma
se ci pensiamo bene cosa se ne fa il ferroviere dell’arte? Diciamo
niente, allora ecco nascere l’antitesi, il contrario, l’opposto.
Il ferroviere diventerà artista solo se il treno si trasformerà
in galleria, e i passeggeri in critici e collezionisti. Per ora, i nostri
amici in divisa si preoccupano di coprire un ruolo “avversario”
all’arte: amichevole, simpatico, ma pur sempre avversario...
Tutto è iniziato all’Artestudio di Ponte Nossa, in provincia
di Bergamo, nel 1992: I Santini Del Prete, vestiti con il loro abito da
ferrovieri, hanno intrattenuto il pubblico della mostra con un concerto
stornellato a due voci. Da li in poi è stato un susseguirsi di
occasioni dove esporsi. Divisa sempre in ordine, il duo si addentra all’interno
del sistema dell’arte rimanendone però distante. Recitando
il ruolo di tutti i giorni, quello del lavoro con cui sopravvivono e fanno
sopravvivere la famiglia: loro sono lì, in quell’immagine
tanto buffa quanto tragicomica della vita.
Le esperienze si susseguono negli anni: oltre a presentare e a presentarsi
in magistrali performance e azioni, questo duo di ferrovieri si esprime
anche attraverso una serie di opere che hanno battezzato come “gadget”.
Passatempi, divertenti giocattoli e souvenirs (gli oggetti-ricordo da
tenere esposti sul comodino!), in maniera particolare sono “gingilli”
che omaggiano la figura onirica dei Santini Del Prete. Loro sono l’opera
e il gadget ritrae la coppia mentre recita con entusiasmo il motto: “noi
non siamo artisti, siamo ferrovieri!”. Deliziosi regali-sorpresa,
donati da amici artisti e artigiani che vogliono omaggiarli, diventano
degli ex voto per ringraziare il treno di averli generati!
La loro rivoluzione avviene anche con stendardi e striscioni (dove sono
scritti slogan e frasi come “la non arte è… amicizia”,
“la non-arte è…bolle di sapone”, o il motto-propaganda
“multiplicitè creativitè solidarietè”…):
altre volte sono delle sagome di legno a rappresentarli, in atteggiamenti
scanzonati ed allegri, mentre volano sugli spettatori grazie a delle ali
d’angelo… E qui entra il sogno del librarsi in cielo, grande
sfida che hanno sempre preso in considerazione. L’utopia di vedere
i binari dall’alto ha dato vita ad un progetto: un video, realizzato
insieme a Franco Menicagli, li mostra svolazzare mentre sorvolano un tratto
di ferrovia, la loro amata ferrovia. Finalmente possono, virtualmente
(?) volare, provando un brivido di vertigine dall’alto, dando forma
e speranza al mito ereditato da Dedalo ed Icaro.
Per I Santini Del Prete, il sogno va a braccetto con la sua messa in scena,
sia fisica che immaginaria. Volare, per loro, è lo staccarsi dagli
obblighi dei padroni (i proprietari del treno?), raggiungere l’assoluto
e vedere tutto con una diversa prospettiva!
L’ultimo tassello, per ora, del progetto di questi ferrovieri prestati
all’arte è in uno “scrigno” appena inaugurato:
a Vada, un paesino sulla costa Livornese, si è aperto il ricordo
dei primi dieci anni vissuti a stretto contatto. Una stanza colma di materiale
su di loro, un tesoro di testimonianze affettive della loro complicità.
La casa spirituale e la tana in cui nascondersi: questa è la “Stuva
dalla sculozza”, l’ambiente in cui I Santini Del Prete raccontano,
con attenzione e scrupolosità, il loro mondo, le loro gesta ed
imprese. Un piccolo e prezioso museo dove il visitatore non deve oltrepassare
la porta d’ingresso, ma può solo sbirciare timidamente da
una finestra. Intravede così un universo costellato d’immagini
e ritratti, uno specchio in cui si riflettono solo loro, divertente satira
della commedia artistica popolare.
Concludo questo testo (un breve ma intenso epilogo dentro la non-opera
dei Santini Del Prete) con la migliore tradizione delle favole: e vissero
felici e contenti, contribuendo a far respirare l’arte dal suo piedistallo,
grazie al sorriso e alla maschera di due attori troppo calati nel ruolo
di ferrovieri…
Raffaello Becucci
- articolo JULIET n.113 June 2003 -
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Raffaello
Becucci nella Stueva
Ammettono di essere figli
di uno stipendio fisso. Si sentono parte di un sistema sociale, di un
ruolo riconoscibile grazie all’uniforme che indossano giornalmente.
Due amici nella vita e nel lavoro hanno deciso, per un caso del destino
che non sempre si spiega, di unirsi in un gioco creativo. I Santini Del
Prete (Franco Santini e Raimondo Del Prete) da più di dieci anni
compaiono magicamente negli “stabilimenti” artistici. Proclamando,
con una grottesca ufficialità, un ruolo che gli spetta e che si
vogliono conquistare: quello di non-artisti. Loro sono ferrovieri prestati
all’arte, ma se ci pensiamo bene cosa se ne fa il ferroviere dell’arte?
Diciamo niente, allora ecco nascere l’antitesi, il contrario, l’opposto.
Il ferroviere diventerà artista solo se il treno si trasformerà
in galleria, e i passeggeri in critici e collezionisti. Per ora, i nostri
amici in divisa si preoccupano di coprire un ruolo “avversario”
all’arte: amichevole, simpatico, ma pur sempre avversario...
Tutto è iniziato all’Artestudio di Ponte Nossa, in provincia
di Bergamo, nel 1992: I Santini Del Prete, vestiti con il loro abito da
ferrovieri, hanno intrattenuto il pubblico della mostra con un concerto
stornellato a due voci. Da li in poi è stato un susseguirsi di
occasioni dove esporsi. Divisa sempre in ordine, il duo si addentra all’interno
del sistema dell’arte rimanendone però distante. Recitando
il ruolo di tutti i giorni, quello del lavoro con cui sopravvivono e fanno
sopravvivere la famiglia: loro sono lì, in quell’immagine
tanto buffa quanto tragicomica della vita.
Le esperienze si susseguono negli anni: oltre a presentare e a presentarsi
in magistrali performance e azioni, questo duo di ferrovieri si esprime
anche attraverso una serie di opere che hanno battezzato come “gadget”.
Passatempi, divertenti giocattoli e souvenirs (gli oggetti-ricordo da
tenere esposti sul comodino!), in maniera particolare sono “gingilli”
che omaggiano la figura onirica dei Santini Del Prete. Loro sono l’opera
e il gadget ritrae la coppia mentre recita con entusiasmo il motto: “noi
non siamo artisti, siamo ferrovieri!”. Deliziosi regali-sorpresa,
donati da amici artisti e artigiani che vogliono omaggiarli, diventano
degli ex voto per ringraziare il treno di averli generati!
La loro rivoluzione avviene anche con stendardi e striscioni (dove sono
scritti slogan e frasi come “la non arte è… amicizia”,
“la non-arte è…bolle di sapone”, o il motto-propaganda
“multiplicitè creativitè solidarietè”…):
altre volte sono delle sagome di legno a rappresentarli, in atteggiamenti
scanzonati ed allegri, mentre volano sugli spettatori grazie a delle ali
d’angelo… E qui entra il sogno del librarsi in cielo, grande
sfida che hanno sempre preso in considerazione. L’utopia di vedere
i binari dall’alto ha dato vita ad un progetto: un video, realizzato
insieme a Franco Menicagli, li mostra svolazzare mentre sorvolano un tratto
di ferrovia, la loro amata ferrovia. Finalmente possono, virtualmente
(?) volare, provando un brivido di vertigine dall’alto, dando forma
e speranza al mito ereditato da Dedalo ed Icaro.
Per I Santini Del Prete, il sogno va a braccetto con la sua messa in scena,
sia fisica che immaginaria. Volare, per loro, è lo staccarsi dagli
obblighi dei padroni (i proprietari del treno?), raggiungere l’assoluto
e vedere tutto con una diversa prospettiva!
L’ultimo tassello, per ora, del progetto di questi ferrovieri prestati
all’arte è in uno “scrigno” appena inaugurato:
a Vada, un paesino sulla costa Livornese, si è aperto il ricordo
dei primi dieci anni vissuti a stretto contatto. Una stanza colma di materiale
su di loro, un tesoro di testimonianze affettive della loro complicità.
La casa spirituale e la tana in cui nascondersi: questa è la “Stuva
dalla sculozza”, l’ambiente in cui I Santini Del Prete raccontano,
con attenzione e scrupolosità, il loro mondo, le loro gesta ed
imprese. Un piccolo e prezioso museo dove il visitatore non deve oltrepassare
la porta d’ingresso, ma può solo sbirciare timidamente da
una finestra. Intravede così un universo costellato d’immagini
e ritratti, uno specchio in cui si riflettono solo loro, divertente satira
della commedia artistica popolare.
Concludo questo testo (un breve ma intenso epilogo dentro la non-opera
dei Santini Del Prete) con la migliore tradizione delle favole: e vissero
felici e contenti, contribuendo a far respirare l’arte dal suo piedistallo,
grazie al sorriso e alla maschera di due attori troppo calati nel ruolo
di ferrovieri…
Raffaello Becucci
- articolo JULIET n.113 June 2003 -
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